CENNI STORICI SULL’OSPEDALE CIVICO
 

Fra Giuliano Majali, indignu monacu di lu Ordini di Santo Benedetto di Santo Martinude Scalis, sapendu quantu sia cara a lu grandi Deu la caritati in versu di li poveri malati e videndu chi in li pichuli Ospitali di la chitati sunnu malamente sirvuti, e chi li dicti Ospitali nun sunnu sufficienti pri tutti li ammalati e infirmi di la dicta chitati, alcuni di li quali si vidinu muriri pri la strada pri la nichissitati, ricurri a li Signori Vostri, aczochè comu Patri di la Patria, avissiru a rimiddiari a tanti disordini e pigliari l’esemplu di lautri chità di la Italia, li quali pri providiri ali bisogni di li poveri, anu ordinatu sontusi Spitali.
La vostra chitati non è infiriuri a li autri, anzi sopravanza a molti autri, ed iu ndi poczu assiri bonu testimoniu. Io poveru monacu sulu nun poczu fari nenti, aiu di bisognu di li aiutu di li Signuri Vostri e di multi autri, pri purtari a pirfizioni li miei disegni e li miei desiderii.
Quista supplica vi la faczu a nomu di tutti li puvireddi li quali gridanu e vonnu succursu da li Signuri Vostri, tantu speru ottiniri da Vuatri Signuri; e vi sia bisognu di pirsuna che si travagliassi pri sullicitari l’affari sugnu prontu a richipiri tutti li travagghi e viaggi pri amuri di miu proximu e di lu grandi Diu.

 

 

    Tale supplica, scritta nel 1429 dal frate benedettino Giuliano Majali del convento di San Martino delle Scale col chiaro intento di suscitare un sussulto d’orgoglio dei “Multi Spettabili Signori” che componevano il Senato (consiglio comunale) di Palermo, diede il la alla fondazione dell’Ospedale Grande e Nuovo, di cui è l’erede l’attuale Ospedale Civico

   Ricostruire,  sia pure per cenni, la storia di quest’eredità equivale in qualche misura a ripercorrere il faticoso processo di formazione delle istituzioni sanitarie ed assistenziali e degli stessi studi di medicina a Palermo.

   Sarebbe tuttavia errato concludere che la vicenda ospedaliera palermitana abbia tratto origine unicamente dalla fatidica supplica del frate benedettino, che in seguito si sarebbe meritato l’appellativo di “Padre della Patria” e post mortem, anche la dignità di Beato. Quando fra Giuliano, cassinese, mise per la prima volta piede in Sicilia, la capitale dell’Isola possedeva ventidue ospedali, “pichuli” , è vero, e “malamenti sirvuti”, non certo sufficienti “pri tutti li ammalati e infermi di la dicta chitati”,  ma c’erano, per fortuna tanti poveri ammalati. Non c’era inoltre ombra di dubbio che Palermo aveva sempre avuto un minimo di organizzazione sanitaria, quanto meno fin dalla dominazione araba. Tra l’altro uno degli ospedali esistenti nel 1429, quello di San Giovanni dei Lebbrosi, era sorto presso una piccola chiesa eretta da Ruggero II, il normanno, nell’accampamento del suo esercito occupatore.

   Non si poteva comunque negare che, come scriveva lo stesso Majali, nella gloriosa città si vedevano non pochi infelici  “moriri pri li strati pri la nichissitati”. La cosa non doveva  certo sfuggire al re Alfonso V d’Aragona, se decise di inviare a Palermo il frate cassinese allo scopo di fondarvi un ospedale degno di una grande città europea: la capitale dell’isola non poteva certo sfigurare rispetto a “Barcellona, Napoli, Gaeta, Firenze, Siena ed altre città famose”.

   In questo contesto la supplica di Fra Giuliano sortì effetti positivi in tempi sorprendentemente brevi. Già il 24 aprile 1429 Martino de Marinis, arcivescovo di Palermo, concedeva il nulla osta per la fondazione dell’ospedale. Con decreto del 21 agosto re Alfonso accoglieva la richiesta.

Nell’ultima decade di agosto 1429 non c’erano, quindi più ostacoli alla fondazione dell’Ospedale Grande e Nuovo. Il problema era semmai come il nuovo nosocomio si rapportasse alle istituzioni già esistenti. Si scelse di procedere nell’accorpamento degli ospedaletti di San Bartolomeo, San Giovanni dei Tartari, Santa Maria la Mazara, San Giovani Battista a Castellammare, San Dionisio l’Aeropagita, Santa Maria la Nova, Sant’Antonio, San Giovanni dei Lebbrosi. A tal proposito il Senato di Palermo elesse una commissione di cui facevano parte: Pietro Pollara  procuratore dell’Arcivescovo, i rettori della Compagnia di Santa Maria di Candelora (che operava presso l’ospedale di San Bartolomeo), i rettori dell’ospedale di San Giovani dei Tartari, Fra Giuliano Majali e i nobili Francesco Ventimiglia, Arduino Geremia, Pietro Afflitto e Guglielmo Sciabica.

    La commissione lavorò alacremente e già il 24 gennaio 1430 presentò un corpo di tredici capitoli nei quali tra l’altro si stabiliva che tutti i beni e le rendite degli ospedali fossero acquisiti nel nuovo nosocomio: che il patronato sul nuovo ospedale spettasse all’Universitas, la quale ne avrebbe affidato il governo a quattro cittadini palermitani di cui due in rappresentanza delle confraternite di San Bartolomeo e di San Giovanni dei Tartari.

   L’undici novembre 1431 il papa Eugenio  IV “padre dei poveri e degli ammalati” trasmetteva a Palermo una propria bolla con la quale si accordava la “licentia erigendi unum hospitale solenne in civitate Panormi et incorporandi”.

   Oramai il nuovo nosocomio era cosa in gran parte fatta. Ad abbattere gli ultimi ostacoli alla concreta realizzazione deliberata dal pontefice, furono una serie di lettere di Alfonso dirette all’arcivescovo di Palermo, al procuratore del re e ad altri funzionari allo scopo di rendere esecutiva la Bolla papale “super unionem de hospedalibus dictae urbis, per reductionem ad unum novum hospitale de novo incipiendo, et costruendum”.

   Di lì a poco l’arcivescovo di Palermo istituì una commissione deputata a scegliere l’ubicazione del nuovo nosocomio. A suggerire i nomi era stato lo stesso sovrano aragonese. Ma si trattava di personalità che non potevano non ottenere il gradimento del presule: Leonardo di Bartolomeo, procuratore del re, il suo segretario Francesco Ventimiglia e Fra Giuliano Majali. Pochi giorni dopo fu informato che “cum consilio fratis Iuliani Senatusque panormitani” la scelta era caduta sul “Palatium nobilis” Matheus Sclafani, comitis Adrani, dictum lo Steri di lu Conti Mattheu”. Il re accettò immediatamente. Senza troppo entusiasmo,  però, vuoi perché il palazo Sclafani versava in pessime condizioni (era “inabitabile” e addirittura “discopertum”) vuoi perché Sua Maestà avrebbe preferito che il nuovo ospedale sorgesse in un edificio costruito appositamente. Ad ogni buon fine, il consenso regio aprì la strada alla sistemazione del nosocomio nel trecentesco edificio, costruito nel 1330, appunto dal conte Matteo Sclafani, per scommessa col cognato Manfredi Chiaramonte, proprietario dello Steri  di Piazza Marina.

   Inaugurato il 14 gennaio 1433, l’Ospedale Grande e Nuovo, o meglio la sua amministrazione entrò in possesso del Palazzo Sclafani nel 1435, quando l’edificio fu espropriato agli ultimi proprietari privati, peraltro, residenti in Spagna. Ma dovettero passare altri cinque anni perché lo Steri del conte Matteo potesse essere adibito a nosocomio. Cinque anni di restauri e ristrutturazioni, ovviamente. Eppure l’edificio per prestigioso che fosse dal punto di vista architettonico e arricchito di quadri e di stucchi, mostrava non poche carenze.

   Taluni suoi ambienti erano particolarmente umidi e poco arieggiati, nell’insieme era ipodimensionato rispetto ai nuovi bisogni di spedalità che si sommavano ai vecchi; gli ospedali allora non si limitavano ad assicurare l’assistenza agli ammalati, ma provvedevano anche all’alloggio dei pellegrini, sfamavano gli indigenti, assistevano ai moribondi. Sicchè continuarono ad essere utilizzati anche i locali di alcuni vecchi ospedaletti. Il San Bartolomeo (ved. foto 4) godette addirittura di speciale autonomia e proprio rettorato fino al 1825.

   Comunque , la sede di Palazzo Sclafani, ,pressochè equidistante dal Palazzo Reale e dalla Cattedrale, sembrava quasi fatta apposta per suggellare plasticamente la convergenza benevola del potere temporale e di quello spirituale sull’Ospedale Grande e Nuovo. Ad esercitare per secoli la giurisdizione furono, però, i tribunali ecclesiastici.

   La vita interna del nosocomio fu invece regolata da appositi capitoli da Fra Giuliano Majoli ed emanati, nel numero diciannove, il 5 gennaio 1442. In forza di queste norme ogni anno, il giorno di Pentecoste, dichiarato “festa dilu Hospitali, l’Universitas di Palermo eleggeva tre rettori o priori con compiti di vigilanza e denuncia di ogni eventuale carenza amministrativa ed assistenziale. Spettava invece al Senato eleggere il Tesoriere, l’Ospedaliere (una specie di Direttore Generale con diritto di abitare il Palazzo Sclafani), due medici (uno fisico ed uno chirurgo), il barbiere –salassatore –  cavadenti, lo speziale (farmacista), l’archivista, il dispensiere, il procuratore degli introiti, l’avvocato, il sacerdote che fungeva anche da notaio (per accogliere eventuali disposizioni testamentarie dei ricoverati a favore dell’ospedale), la balia dei trovatelli abbandonati nell’apposita “Ruota” del nosocomio.

   Ad assistere i malati erano chiamati i  componenti laici  di tre congregazioni: dello Spirito Santo, della Madonna della Consolazione e della Madonna della Misericordia. Fra i loro compiti c’era anche quello di “aiutare a ben morire gli ammalati dell’ospedale”. Non a caso nel nuovo nosocomio campeggiava il quadro “Il Trionfo Della Morte” con il macabro cavallo che, per dirla con Giuseppe Bellafiore, tutto travolge al suo passaggio, re, papi, principi ed ignobile plebe e avanza minaccioso su chi gode le delizie della vita” Altra assistenza ai degenti venne, in seguito, assicurata dai gentiluomini della Congregazione della Carità i quali, ogni anno, il giorno di San Bartolomeo solevano “vestirsi di sacco, portare ceste piene di camicie e di sfilacce, (…) togliere con le proprie mani all’inferno la camicia e porgli la nuova, donando le sfilacce per le piaghe”.

   Durante la plurisecolare vita dell’Ospedale Grande e Nuovo, l’ordinamento interno fu più volte rivisitato. Vi furono apportate modifiche ed integrazioni per adeguarlo ai nuovi compiti che il mutare dei tempi imponeva. Ma, a parte la trasformazione della carica di ospedaliere da perpetua a temporanea, grosso modo rimase intatto l’impianto della normativa voluta dal frate cassinese. Già a metà del Quattrocento il nosocomio godeva di gran prestigio che gli consentiva di divenire un serio riferimento dei benefattori: con atto notarile del 23 aprile 1447 diveniva proprietario del feudo dell’Accia; una bolla papale del 1491 notificata da Ferdinando il Cattolico, gli regalava le abbazie di Santa Maria di Maniace e di  San Filippo di Fragalà, con le rispettive rendite e il dominio sulla Terra di Bronte, di cui il 22 maggio 1638 il nuovo nosocomio palermitano acquistò il mero e misto imperio, ossia l’esercizio della giurisdizione civile e penale. Nel 1799 lo Stato di Bronte fu, come è noto, concesso all’ammiraglio Nelson; in compenso l’ospedale ricevette una rendita annua di 5600 once.

   Nel 1492 venivano annessi anche  l’ospedale di San Giovanni dei Padri Teutonici con tutti i suoi ricoverati (lebbrosi, tisici e matti) e l’Abazia di Santo Spirito. Insomma, il vento del Risorgimento vedeva l’Ospedale Grande e Nuovo attestarsi all’altezza delle nostre più moderne strutture ospedaliere d’Italia e d’Europa. Nello stesso tempo vedeva abbattersi su di sé nuove calamità allora sconosciute come il male francese, ossia la sifilide, che, oltretutto deturpava il viso ed altre parti del corpo con caratteristici “ampulli grossi  (…) comu castagni et nuchilli”.

   Nel 1516, per volontà del papa Leone X furono ricondotti sotto l’egida dell’Ospedale Grande i monasteri cistercensi di Santo Spirito fuori le mura e di San Nicolò, rendite comprese, naturalmente.

   Nel 1546 i padri cappuccini furono autorizzati dal Senato a costruire una loro infermeria in un’area limitrofa a Palazzo Sclafani  “ed in cambio dell’assistenza sanitaria, s’impegnavano a fornire l’ospedale delle erbe medicinali che coltivavano nel loro “giardino dei semplici”. Né il rapporto fra i cappuccini e l’ospedale si limitò a questo. La loro infermeria (che fra l’altro cambiò più volte i locali, rimanendo sempre attorno all’ospedale) fu in diverse occasione utilizzata per far fronte a situazioni di eccezionale emergenza, come la peste nel 1624.

   Nella seconda metà del Seicento i ricoverati dell’Ospedale Grande e Nuovo erano aumentati a dismisura ed il personale ausiliario scarseggiava.

   Per sopperire a questa carenza, nel 1654 si destinò un reparto del nosocomio, il cosiddetto Conservatorio, all’accoglimento delle trovatelle dai sette anni all’età di marito, al fine di utilizzarne l’opera, almeno delle piccole, per accudire ai pazzi ed alle meretrici affette da “lue” .   Di più le giovinette avevano il compito di preparare il pane e la pasta per tutti i degenti dell’ospedale. In che condizioni fossero costrette a vivere queste sventurate si evince chiaramente da una indignata protesta elevata nel 1789 dal Presidente onorario del Tribunale del Real Patrimonio: “sono le figliole ripartite in detti cameroni, o per meglio dire “tetti morti” volgarmente chiamati, a guisa di infermeria situati con letti vicini in gran numero ed in angusto loco, in modo che il numero dei fiati non le può fare esalare che un’aria pestifera. Non è inferiore l’indecenza di come sono tenuti i cameroni suddetti, nei quali vi abitano le stesse figliole, e con le  loro gatte e le galline che per proprio guadagno trattengono, e che producono delle grandi immondezze”.

   Altro personale ausiliario cominciò ad essere reclutato, sempre nel Seicento, “dalle file dei condannati a morte o a molti anni di galera”,  e soprattutto dalle schiere di “magare e fattucchiere” giudicate per stregoneria dal Sant’Uffizio e condannate ad essere “muradas”  a vita o per alcuni anni nei locali dell’Ospedale Grande e Nuovo, appunto. “

   Nel 1790 le trovatelle, protette o bastardelle che dir si voglia, furono trasferite “nell’Albergo delle povere fuori Porta Nuova”  fatto costruire nel 1732 da Carlo d’Asburgo  e già denominato “Real Albergo dei Poveri”.

   All’ospedale Grande e Nuovo ne rimasero comunque alcune che continuarono a disimpegnare i compiti tradizionali con un piccolo compenso, che nel 1808 ammontava a un tarì al giorno.

   Pur funestato da epidemie letali come il colera, la malaria e lo stesso vaiolo, (di cui pure era praticata la vaccinazione fin dal 1778), l’Ottocento fu un secolo importantissimo per la storia di cui ci stiamo occupando.

   Con dispaccio regio del 3 settembre 1805 l’Accademia degli studi di Palermo fu trasformata in vera e propria Università. Di conseguenza l’insegnamento di medicina, che da almeno cinquanta anni era ospitato nei locali dell’Ospedale Grande e Nuovo (talvolta con lezioni tenute da medici empirici come Giuseppe Galano ) acquisì connotati di autentica scientificità. Il passo successivo fu il trasferimento dell’Accademia medica nella casa denominata “di San Cataldo”.

   Nel 1825 Francesco I di Borbone fece costruire la Rel casa dei Matti dove furono trasferiti i malati di mente. Il 4 agosto dello stesso anno il sovrano affrancava l’Ospedale Grande e Nuovo dal Consiglio degli Ospizi. Il 15 novembre decretava la trasformazione del San Bartolomeo in Conservatorio di Santo Spirito per i bimbi orfani. Gli ammalati che vi erano ricoverati venivano trasferiti nell’Ospedale Grande. Finiva praticamente così la storia dell’Ospedale di San Bartolomeo  le cui origini risalgono al secolo XIII.

   All’inizio degli anni trenta si cominciò a parlare di trasferire le degenti affette da “lue”  o per meglio dire le donne del dipartimento meretricio dell’Ospedale Grande in un apposito sifilocomio.

   Il progetto si concretizzò compiutamente negli anni Cinquanta  quando fu istituito un ospedale meretricio ospitato nei locali del deposito di mendicità dello Spasimo.

   In quegli stessi anni il glorioso Ospedale cominciò a chiamarsi ufficialmente Civico – denominazione che si riscontra già in documenti degli anni trenta forse per sottolineare che esso ormai dipendeva esclusivamente dall’amministrazione civica di Palermo.

   Nella primavera del 1851 veniva istituita una clinica erpetica nei locali della casa religiosa di San Francesco Saverio. L’anno appresso Palazzo Sclafani fu dichiarato bene demaniale ed adibito a caserma. L’Ospedale Civico fu trasferito al San Saverio.

   In esecuzione del regio decreto del 6 marzo 1864, n. 1701, il Ministero dell’Interno occupò “temporaneamente" il monastero benedettino della Concezione e lo assegnò all’Ospedale Civico anche per impiantarvi le cliniche medica, chirurgica, ostetrica e olfatamica.

   Nel 1866 nei locali del San Saverio veniva istituita la clinica pediatrica, capace di trentadue posti letto.

   L’anno dopo si stipulava una convenzione tra l’Università e l’Ospedale Civico per il mantenimento delle cliniche.

   Nei primi anni Settanta la storia del glorioso nosocomio si fuse con quella dell’Ospedale Fatebenefratelli. Quest’ultimo era stato fondato nel 1587 da Fra’ Sebastiano Ordonez dell’ordine dei Fatebenefratelli , appunto, formato dai discepoli di San Giovani di Dio. Il sant’uomo, ex soldato spagnolo, si era fatto frate dopo la battaglia di Lepanto. Indossato il saio, assurse presto ad un ruolo primario dell’ordine prestando la sua opera anche a Roma, da dove fu inviato a Palermo per occuparsi dell’assistenza degli ammalati. Nella capitale dell’isola, il Nostro comprò la chiesetta di San Pietro in Vincoli ed altri uffici limitrofi per fondarvi il convento ed un nuovo ospedale. Diede ad entrambi il nome di Fatebenefratelli. Il nosocomio si impose subito all’attenzione dei Palermitani, ma soprattutto in occasione della peste nel 1624. Nel 1685 disponeva di 40 posti letto e di altrettanti religiosi preposti all’assistenza dei degenti: ospitava circa mille ammalati all'anno che divennero 1300 nel 1715.

   Durante il colera del 1837 il priore offrì alla commissione centrale sanatoria la disponibilità dell’ordine ad assistere i colerosi non solo del proprio ospedale ma anche dei sei lazzaretti improvvisati a far fronte all’emergenza. Nel 1839 l’ospedale Fatebenefratelli ospitò la clinica omeopatica diretta dal prof. Giuseppe Bandiera.

   Nella sua lunga storia, l’ordine acquisì altri meriti, come sfamare i poveri (a migliaia in tempi di carestia) e seppellire i morti. Con tutto ciò non poté sfuggire ai rigori della legge del 1866 che sopprimeva gli ordini religiosi. Cacciati i Fatebenefratelli, il loro patrimonio fu incamerato dallo stato e l’ospedale trasformato in caserma. L’Amministrazione comunale di Palermo presentò ricorso al Ministro delle Finanze sostenendo che “l’Ospedale non costituiva corporazione religiosa, ma istituzione tendente all’assistenza degli infermi”. Il ricorso fu accolto: ma piuttosto che ripristinare il vecchio ospedale, il consiglio comunale decise di destinare le risorse all’ospedale civico che nel 1872 prese il nome di “Ospedale Civico e Benfratelli”. In forza della stessa legge del 1866, furono accorpate all’ospedale Civico anche le cessate confraternite di SanSebastiano  e di San Michele Arcangelo.

   Negli ultimi decenni dell’Ottocento si istituirono nuove cliniche universitarie la cui gestione fu affidata, sempre col sistema delle convenzioni , all’Ospedale Civico e Benfratelli. Nello stesso tempo divennero di scottante attualità i problemi delle risorse finanziarie e dell’edilizia ospedaliera.

   Le due questioni, strettamente correlate, erano talvolta di non facile soluzione e ne conveniva lo stesso governo centrale. Non mancarono certo gli sforzi anche finanziari delle pubbliche istituzioni. Francesco Crispi, per esempio, fece assegnare all’ospedale Civico e Benfratelli una somma sull’eredità Beccadelli Bologna. L’Università gli offrì, nel 1896, ventimila lire come contributo “alla costruzione della clinica pediatrica” sita in Piazza Porta Montalto. Ma erano gocce d’acqua in un mare di necessità: un’apposita commissione mista (comunale, provinciale, del Genio Civile) nel 1897 suggeriva di costruire” di sana pianta, possibilmente alla periferia della città, un nuovo grande Ospedale della capienza di 500 letti”.

   L’obiettivo era ambizioso e, a parere della Prefettura, tale da non poter essere portato avanti dal Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale Civico e Benfratelli di cui pure facevano parte personalità come Giuseppe Pitrè, il colonnello Lomi, l’avvocato Carlo Basile e l’avvocato Francesco Enea. Di conseguenza, il prefetto, conte Manucchi, propose di eleggere come presidente dell’importante istituzione ospedaliera Ignazio Florio, che era uno dei più grossi imprenditori del Regno d’Italia, fondatore della Società Italiana degli Zolfi, del Cantiere Navale e del Bacino di Carenaggio di Palermoed artefice della ristrutturazione della Navigazione Generale Italiana.

   La proposta sollevò un vivace dibattito sulla stampa dell’epoca, in prima linea fu, naturalmente, quella Siciliana. Dal Giornale di Sicilia al Piff – Paff a il Caporal Terribile, il Corriere dell’Isola, la Forbice ed altri organi di stampa, nessuno si astenne dal pronunciarsi sull’argomento, vuoi per tessere l’elogio del personaggio in questione vuoi per denunciare all’opinione pubblica (come fece La Battaglia) che il principale merito dei Florio era quello di possedere “un numero rispettabile di milioni” di lire.

   Qualcuno si spinse a profetizzare l’imminente fine del potere economico dei Florio.

   Comunque sia, prima di accettare, il Nostro pretese le dimissioni del Consiglio di Amministrazione in carica per eleggerne uno di suo gradimento.

   Col senno del poi bisogna dargli atto che, come Presidente dell’Ospedale Civico e Benfratelli, Ignazio Florio riuscì a fare i passi decisivi per l’avvio a soluzione dell’edilizia ospedaliera a Palermo, sulla scia di quanto avevano cominciato a fare nel secolo XV architetti d’Italia continentale dello spessore di Antonio Averlino Filatate e Leon Battista Alberti. Il 22 luglio 1907 il Presidente Florio firmava, infatti, l’atto notarile con cui l’Ospedale Civico e Benfratelli acquistava un’area di quattordici ettari su cui tuttora fanno mostra di se l’Ospedale Civico ed il Policlinico.

   Da notare che al rogito si arrivò quindici giorni dopo l’approvazione della legge 7 luglio 1907, n. 435, che assegnava all’Ospedale Civico e Benfratelli alcune cessate Opere Pie Palermitane.   

   Ad ogni buon conto la Presidenza dei Florio fu decisiva per la modernizzazione del sistema ospedaliero palermitano.

   E’ doveroso però precisare che all’assetto definitivo del Civico e del Policlinico si arrivò per approssimazione successiva, negli anni trenta, parallelamente all’abbandono dei locali (ormai fatiscenti) degli ospedali dello Spasimo, della Concezione e del San Severo. Quest’ultimo è stato, fra l’altro, raso al suolo da un’incursione aerea dell’8 settembre 1943.

   Ciò che è avvenuto dopo, dalle vicende del Policlinico al passaggio dell’Ospedale Civico alla U. S. L.  58, al nuovissimo assetto istituzionale, è materia che non può essere ancora indagata col necessario distacco dell’indagine storica.

 

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